Perchè scrivere un libro sul tuo lavoro?

Scrivere un libro vale più di un master nel curriculum

Scrivere un libro: sogno o realtà?
Ho un amico architetto. È un gran professionista, ha una grande esperienza e, inoltre, è bravissimo ad affabulare quando racconta gli episodi che gli sono capitati in una vita di lavoro. Secondo me dovrebbe scrivere un libro. Non solo per sé, ma anche per gli altri, per condividere la sua esperienza con i giovani e anche con i clienti. Questo post è dedicato a lui.

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1. Perchè dovresti scrivere un libro?

Perchè ti aiuta. E  perché ti serve a far conoscere quello di cui ti occupi senza i mezzucci della pubblicità e del marketing. Certo puoi scrivere un libro — moltissimi lo fanno — ricorrendo esclusivamente a trucchi e stratagemmi seducenti, ma questo non ti aiuta. Anzi, ti ostacola.

Uno degli aspetti più belli dell’essere umano è la sua capacità di adattamento, anche alla pubblicità. Ricordiamo tutti l’efficacia degli spot di Carosello negli anni ‘70: veri piccoli capolavori la cui regia era affidata a grandi nomi del cinema come Fellini, Antonioni, Rossellini. Li guardavamo con stupore e li attendevamo ogni sera con curiosità, perché raccontavano una storia. Oggi ci accorgiamo immediatamente quando stanno per mandare in onda la pubblicità e… cambiamo canale. Efficacia? Zero.
Quando leggiamo un libro invece ritroviamo una storia che ci appassiona. Se scriviamo un libro che ci rappresenta, nel quale ci riconosciamo, allora non “puzza” di pubblicità, neppure se parliamo del nostro lavoro, della nostra professione. Anzi. Le persone sono interessate proprio a questo: a come l’esperienza professionale diventi conoscenza, sapere condiviso, in altri termini un esempio da imitare e nel caso migliore cui ispirarsi.

2. Perché dovresti scrivere un libro?

Perché ti aiuta a concentrarti su quello che fai e ti permette di esprimere chiaramente il tuo pensiero in modo che sia fruibile da coloro con cui vieni in contatto. Certo, il libro non è il punto di arrivo di una strategia di comunicazione. La tua storia, invece, ne è il punto di partenza.

Perché racchiude in sé lo sforzo di parlare di sé, della propria esperienza professionale non in modo autocelebrativo, ma per cercare di comunicare il valore di quello fai, della tua passione dei tuoi interessi, agli altri. Riuscirci significa poi spianare la strada a tutto il resto: agli articoli, al tuo sito internet, alla comunicazione sui social network e sui video. Perché se sei riuscito a spiegare in modo chiaro, e in un numero limitato di pagine, il senso che dai alla tua professione allora tutto il resto diventa una conseguenza. In pratica il libro diventa il nucleo di un attrattore sociale al cui centro si trova il tuo lavoro. Come un fiocco di neve che per diventare tale si deva aggregare attorno al primo microscopico granello.

È facile scrivere un libro?

Sì, scrivere un libro di minchiate è facile. Scrivere un libro a partire non solo dalla tua esperienza ma anche dal senso che gli attribuisci, significa interrogarti su di te, sul senso della tua vita. Per esempio non è un’operazione per chi fa una professione solo per i soldi. Impossibile riuscire a trasmettere la passione per i soldi se non, forse, ai giocatori d’azzardo.

Perchè il tuo lavoro è un’opera d’amore

Ogni professionista, artigiano, lavoratore cui piace il proprio lavoro non fa quello che fa solo per i soldi ma, sempre, anche per qualcos’altro. Ho imparato questo da mia madre, artigiana-artista delle maglie fatte su misura per i propri clienti. Non ha mai voluto lavorare conto terzi, lei. Voleva il contatto diretto con le sue clienti che sono diventate le sue amiche: quelle dei giorni belli e di quelli brutti.

Le sue maglie non erano solo abiti: erano opere d’amore. Non ha mai fatto pubblicità lei, non ne ha mai avuto bisogno. Come ogni artigiano o professionista di un tempo non c’era bisogno di farsi pubblicità per lavorare ed esprimere se stessi nel lavoro, se era un lavoro in cui si era bravi, ma sopratutto, che piaceva. Il tuo libro, allora, diventa il tuo portavoce, un modo per dare qualcosa di concreto di te in mano ai tuoi clienti, ai tuoi amici, alle persone con cui vuoi condividere il senso di una vita. Non in modo autocelebrativo, ma perché c’è bisogno di un passaggio di testimone e il libro ti permette di andare oltre il semplice passaparola tra conoscenti. Un libro quando lo scrivi sai a chi lo dai, ma non sai chi lo leggerà e da quale parte nel mondo. E, sopratutto, oggi con i libri digitali non sparisce dopo tre mesi dalle librerie: su Amazon ci resta per sempre.

C’è sempre la possibilità che qualcuno dall’altra parte del mondo, con la stessa passione per la tua professione, legga il tuo libro e magari ti chiami, o ti scriva un’email. Forse per offrirti un lavoro, ma a volte anche semplicemente per dirti cosa ne pensa, del significato che hai voluto condividere e hai messo nel tuo libro.

La tua storia, se è vera, non è pubblicità

La probabilità che questo avvenga è bassa? Meno di quello che tu credi. Perché se il tuo libro non è solo un libro tecnico, ma un libro che incrocia il nucleo della tua passione professionale con la competenza cumulata al tuo lavoro sul campo, questo mix ti potrà stupire, ma interessa. Interessa proprio perché non è pubblicità, ma una storia.

Con un libro puoi raccontare la passione e la competenza

Il mondo, l’umanità, si sono costruiti sulle storie, quelle brutte e quelle belle. Mia madre non ha mai scritto un libro, ma lei aveva la quinta elementare e aveva il sogno di diventare medico. Un sogno che per una bambina nata durante la II guerra mondiale in una famiglia contadina era quasi impossibile. E infatti ha fatto per tutta la vita la magliaia. Ma non ha rinunciato a mettere la stessa passione per la medicina nel suo lavoro e ogni sua maglia avvolge con lo stesso affetto le sue clienti.

Io poi sono convinto che quelle maglie facciano anche bene alla salute perché lei le faceva con amore. Non è uno slogan da baci Perugina, è proprio così: lei donna poco avvezza ai sentimentalismi, nel suo lavoro ci metteva tutta la sua amorevolezza. Lei non ha mai scritto un libro, anche perché è una donna di poche parole, ma di maglie ne ha fatte tantissime, e ogni giorno le persone, i suoi clienti, vanno in giro con queste maglie e, forse, non lo sanno che queste maglie sono fatte con amore. Ma anche se non lo sanno, lo sentono: quegli oggetti sono un amuleto che li protegge nel marasma della vita quotidiana.

Questa energia pulita che mia madre metteva nelle sue maglie appartiene a tutti coloro che fanno il proprio lavoro con amorevolezza, come qualcosa che da un senso al proprio “fare” quotidiano. E io sostengo che questa amorevolezza vada raccontata. Perché se uno fa l’architetto con lo stesso spirito della mia mamma allora costruisce case, scuole, asili, stabilimenti che faranno bene alle persone, se uno coltiva pomodori, o cura gli ammalati, o timbra i biglietti del treno, o fa il capitano di una nave o costruisce biciclette, anche lui ha una storia da raccontare. Una storia che fa bene a lui che la racconta e a chi la legge, sopratutto i più giovani, che possono imparare da chi ha fatto un pezzetto di strada prima di loro. C’è bisogno di questa amorevolezza oggi, in questo mondo. Chi ce l’ha non può sprecarla. E tu ce l’hai.

Per gli altri un libro è come ritrovarsi attorno attorno al fuoco con te

Perché se un libro lo scrivi come ho provato a raccontarti qui sopra è l’esperienza più arcaica che ci sia. Quella del cerchio intorno al fuoco che nelle tribù primitive vedeva le persone scambiarsi i racconti della giornata dopo il tramonto. Era uno scambio in contatto gli uni con gli altri. Oggi la tribù umana è diventa così grande che ci disorienta, il mondo globale e Internet non hanno un centro, non hanno un fuoco comune attorno cui chiamare a raccolta le persone della propria tribù.

Quali sono le storie che servono?

Oggi chiunque parla, urla e strilla spesso senza avere nulla da dire, ma anche le urla e gli strepiti durano poco. Resta ancora la forza della connessione fra gli esseri umani, la forza delle storie che per essere raccontate devono andare al di là dei fatti, della competenza nel caso dei professionisti, ma anche al di là del sentimentalismo dei raccontastorie da strapazzo. Le storie che servono sono quelle che uniscono entrambi gli elementi: la passione e la competenza.
Le storie che uniscono questi due elementi sono quelle che guadagnano il rispetto di chi entra in contatto con loro, esattamente come le storie degli uomini di medicina — gli stregoni — nel cerchio magico dei nostri progenitori. Oggi gli stregoni sono coloro che hanno la capacità di connettere la competenza con la passione e l’esperienza. Chi ha questi tre ingredienti ha un tesoro che se resta chiuso nel cassetto viene disperso. Resta lì e muore.

Ed é per questo che ti ho scritto questa lettera: trovo insopportabile che chi ha una storia “vera” da raccontare non ci provi. Lo è per me, che serbo gelosamente le maglie che mia madre mi ha fatto perché verrà un giorno in cui mi resteranno solo quelle.


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